Bioenergetica: i corsi
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Ciao Gustavo!
di Silvia Serra Poli

Ho conosciuto Gustavo Mariconda una domenica pomeriggio di primavera di qualche anno fa; lo avevo contattato tramite internet e lo avevo trovato estremamente disponibile a spiegare, insegnare e divulgare la propria esperienza in merito alla bioenergetica.

Paolo ed io lo incontrammo a Padova, chiacchierammo del più e del meno, ci accompagnò con una cortesia di altri tempi a visitare l'orto botanico, gli spiegammo cosa ci interessava e lui ci disse cosa poteva fare per soddisfare il nostro desiderio di approfondire la bioenergetica, gli aspetti psicosomatici, la capacità di sciogliere blocchi emotivi degli esseri umani...

Fu così che iniziai ad organizzare gli incontri a Bologna; a ottobre partimmo con un gruppo di 10 persone e riuscimmo a fare un ciclo di incontri davvero speciali.

Tutte persone già avviate al lavoro su di sè grazie a ReiKi, un atmosfera quindi con grande movimento di energia resa fluida ed allo stesso tempo potente dalla competenza e dalla dolcezza del nostro trainer.

Il 12 aprile 2004 il dottor Mariconda è venuto a mancare; lascia un vuoto enorme, come individuo e come studioso.

Lascio retorica e luoghi comuni a chi li apprezza; per noi che amiamo le cose semplici, le cose concrete ed i fatti pubblico il programma di lavoro che Gustavo ha proposto.

Leggendolo, credo, sarà possibile comprendere lo spessore di colui che ci ha lasciati ma che siamo felici di aver conosciuto e che portiamo nel nostro cuore.


Ecco cosa ha proposto il Dott. Gustavo Mariconda

Lo scopo è di dare la possibilità agli interessati di intraprendere:

A)   un percorso di crescita, o una terapia, al semplice scopo del benessere personale;

B)   una didattica, attraverso la quale possano impadronirsi di certi strumenti per usarli sia in  un lavoro propriamente”clinico”, cioè terapeutico, sia in una professione o comunque relazione di aiuto e assistenza.

Pensiamo agli insegnanti, infermieri, ostetriche, ma anche ai medici che, consapevoli dei limiti della formazione accademica,  vogliano acquisire competenza e sensibilità  anche dal punto di vista psicologico.

Pensiamo anche semplicemente ai genitori, che possono giovarsi non tanto di una formazione, quanto del fatto che possono aiutare meglio anche i propri figli nella misura in cui prima riescono ad aiutare sé stessi, evitando di trasmettere ai figli le loro ansie, tensioni e frustrazioni.

Terapia e crescita personale.

W. Reich era uno psicoanalista che, come molti dei più brillanti allievi di Freud, si trovò ad entrare in conflitto con lui, sviluppando poi una metodologia che, senza rinnegare la psicoanalisi in generale, ma solo alcun sviluppi, che a suo parere costituivano una involuzione piuttosto che una evoluzione, si arricchì poi di alcune fondamentali intuizioni, soprattutto il lavoro sul corpo.

Si tratta quindi di una psicoterapia.

Parliamo quindi di terapia reichiana, conosciuta dai più come bioenergetica, termine usato da Reich, ma soprattutto da Lowen. Tuttavia la parola terapia ha dei limiti, in quanto presuppone una patologia.

La patologia spesso c’è, ed è classificabile nei classici schemi di nevrosi, psicosi, isteria, coazione, ossessione, depressione, bulimia, anoressia.

Tuttavia la psicologia umanistica, e la psicologia transpersonale hanno focalizzato l’attenzione sul concetto di pieno sviluppo del potenziale umano.

Al di là di una patologia conclamata e invalidante, si può intraprendere una “terapia” semplicemente per sviluppare le proprie potenzialità.

Qualcuno ha detto che l’uomo deve ancora essere veramente umanizzato.

In qualche modo siamo tutti limitati da certi condizionamenti che ci vengono dal fatto di essere nati e vissuti in una famiglia e in una società dove le contraddizioni non mancano.

La diffusione di concetti e tecniche di origine orientale, dallo shiatzu all’agopuntura al reiki, ci hanno familiarizzato con l’idea di uno sviluppo anche sul piano spirituale.

Tutto questo ha trovato  nel lavoro pionieristico di Reich (1897-1956)  delle anticipazioni sorprendenti e geniali, per cui il lavoro che proponiamo può definirsi anche semplicemente un lavoro diretto alla crescita personale.

Quindi è indicato anche per persone che sono semplicemente consapevoli di poter sviluppare ulteriormente la loro capacità di vivere una vita pienamente soddisfacente nel lavoro e nella relazione con gli altri.

Del resto che la contrapposizione tra questi due concetti sia più apparente che reale lo deduciamo anche dal fatto che e in psicologia la patologia corrisponde sempre ad una qualche forma di immaturità, quello che Freud definiva fissazione a livelli infantili di sviluppo.

 

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 Lavoro di gruppo e lavoro individuale.

Tradizionalmente il lavoro più importante veniva svolto a livello individuale. Reich non faceva gruppi, come non ne faceva certamente Freud.

La cultura dei gruppi si è affermata con la psicoterapia umanistica, e i cosiddetti “gruppi di incontro”, concetto che giustamente mette l’accento sulla dimensione relazionale.

Il gruppo ci permette di relazionarci con più persone, mentre la terapia individuale ci permette di relazionarci solo con la persona del terapeuta.

In ogni caso, anche nella terapia individuale, la relazione è essenziale. Qualcuno ha detto che la terapia è un rapporto. Alludiamo naturalmente al rapporto terapeuta/paziente.

Che è un rapporto tra due persone, e tra due persone reali, al di là delle fantasie che il paziente può sviluppare sul terapeuta, e viceversa. (i cosiddetti fenomeni di transfert e controtransfert)

Non perché queste fantasie non ci siano, ma perché non ci sono solo le fantasie.

In termine più tecnico parliamo di proiezioni.

La psicoanalisi ci ha insegnato che queste fantasie, o proiezioni, non ostacolano la terapia, ma        sono uno strumento della terapia stessa, se correttamente interpretate.

Occorre soprattutto arrivare a distinguere le fantasie-proiezioni dalla realtà.

E’ chiaro che nel gruppo ci sono più rapporti, più fantasie, più possibili proiezioni.

Sono tutti stimoli e opportunità in più  per aumentare esperienza e consapevolezza.

Inoltre nel gruppo ci sono  delle emozioni più intense. E’ più facile che avvenga quel coinvolgimento emotivo, quel “vissuto” senza il quale la comprensione resta un fatto meramente intellettuale.

In un gruppo ben affiatato, in cui la maggior parte dei partecipanti ha lavorato assieme e hanno condiviso con altri emozioni profonde, si instaura un’ atmosfera molto bella di solidarietà, per cui il gruppo diventa un contenitore protettivo, “materno” delle angosce del singolo.

Nel gruppo i vissuti emotivi di uno dei partecipanti si comunicano spesso indirettamente anche agli altri.

Ecco perché nel gruppo lavorano sempre tutti, anche chi non è specificamente al centro dell’attenzione.

E’ possibile ovviamente lavorare meglio sulle dinamiche interpersonali, attraverso l’esperienza e l’analisi della interazione tra i membri del gruppo.

Diciamo che nel gruppo c’è qualcosa di più, a livello quantitativo: più energia, più stimoli, più esperienze. C’è anche un tempo più lungo perché un gruppo dura tutta una giornata o più.

Ci sono anche dei limiti, in quanto l’intervento e le proposte del terapeuta riguardano necessariamente tutto il gruppo, e non possono esattamente essere calibrate sulle esigenze del singolo.

Al contrario la seduta individuale dà la possibilità di un intervento più sistematico e calibrato, più preciso e programmabile.

C’è più tempo per un approfondimento di tematiche specifiche.

C’è una maggiore possibilità di ascolto da parte del terapeuta, che è interamente a disposizione del paziente, che può essere facilitato ad esprimersi liberamente.

E’ più facile che un rapporto di fiducia si instauri con il terapeuta che con l’intero gruppo.

Dopo il colloquio iniziale la scelta tra sedute individuali e gruppi si attua in basa e alle esigenze del singolo paziente.

Per certe persone la partecipazione al gruppo può essere problematica.

Quando è possibile, la cosa migliore è iniziare con qualche seduta individuale, o perlomeno un colloquio, e poi iniziare l’esperienza del gruppo. Le due cose naturalmente non si escludono, anzi la cosa migliore è fare delle sedute individuali e delle sedute di gruppo.

 

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Frequenza delle sedute e durata della terapia.

 E’ una delle domande che più spesso ci vengono rivolte, ed è anche una delle più difficili cui rispondere.

-Per quanto riguarda la frequenza delle sedute  individuali, si può andare da una seduta alla settimana, a una ogni 15 giorni, o anche 20.

Il gruppo si fa  una volta al mese. Talvolta può essere opportuno integrare il gruppo con una o due sedute individuali.

-Per quanto riguarda la durata, tutto dipende da due variabili:

1.      condizioni del paziente

2.      cosa si vuole ottenere o fin dove si vuole arrivare.

Si pone allora un altro quesito: qual è lo scopo della terapia.

 

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Scopo della terapia

Una premessa opportuna è che dobbiamo distinguere tra quello che sarebbe ufficialmente, o teoricamente, lo scopo della terapia, e quello che un  determinato paziente vuole ottenere.

E’ naturale e sano che il terapeuta desideri andare fino in fondo, raggiungendo i migliori risultati possibili.

Non è sano invece che il terapeuta prolunghi artificialmente la terapia. Se lo fa, è sempre per una questione di potere, quindi comunque  comporta una forma esasperata di dipendenza. La dipendenza è inevitabile nella misura in cui il paziente ha veramente bisogno del terapeuta. Il primo scopo della terapia è di farla finire il più presto possibile.

E’ legittimo e sano che il paziente decida di non continuare quando ha raggiunto dei risultati che lo soddisfino.

Non è sano se, dopo alcune sedute, un miglioramento minimo, che rischia di non essere nemmeno stabile, viene usato dal paziente per “scappare“ dalla terapia, evitando un impegno autentico.

 

A livello teorico comincerei con l’enunciare alcune affermazioni.

 

Freud, nello scritto “Analisi terminabile o interminabile” accennava al fatto che l’analisi potrebbe anche non finire mai.

In ogni caso la psicoanalisi è molto ma molto lunga. Decisamente troppo.

Secondo Reich, la terapia non doveva agire soltanto sul sintomo, ma portare ad una modificazione del carattere, cioè della struttura profonda della personalità.

Il carattere, che non è la costituzione, in quanto non è data dai geni, ma si costruisce nella interazione dell’individuo con l’ambiente durante il processo di crescita, è un carattere “nevrotico” in quanto risponde a necessità “difensive”, cioè di adattamento ad una realtà famigliare e sociale non del tutto soddisfacente.

Allo scopo di contenere l’angoscia l’individuo si costruisce una “corazza” che limita anche le sue possibilità espansive e espressive, di realizzazione cioè delle proprie possibilità affettive, relazionali e operative.

Dal carattere nevrotico bisogna passare al carattere sano, che Reich definiva “genitale”, con un linguaggio improntato alla teoria freudiana della sessualità, la cui attualità può essere oggi discutibile. La “capacità orgastica” che secondo Reich caratterizza il carattere genitale non è tuttavia un puro fatto sessuale, ma  corrisponde alla piena maturità e ad una autentica capacità di amare.

Se da un lato l’efficacia delle tecniche reichiane e post reichiane ci consente di contattare in tempi brevi livelli molto profondi di esperienza, resta il fatto che lavorare sul  carattere significa andare a toccare la struttura della personalità: il carattere non è altro che una serie di abitudini e automatismi, che abbiamo acquisito in decenni di esperienze e di vissuti, tanto è vero che spesso si pensa al carattere come a qualcosa di non modificabile. (reagisco così perché sono fatto così)

 

In pratica:

 

La mia didatta Mirella Origlia diceva che in pratica per lei la terapia poteva dirsi finita quando il paziente aveva raggiunto un buon rapporto con il proprio partner e con il proprio lavoro.

Obiettivi minori, che fanno comunque parte del percorso, ma possono avere un senso per sé stessi, e che sono raggiungibili anche in tempi brevi, possono essere la diminuzione dell’ansia o il miglioramento del sonno,  il miglioramento o superamento di certi sintomi.

E’ indubbio che anche la partecipazione a pochi gruppi o sedute può portare dei benefici. Il lavoro sul corpo di scuola reichiana, integrato con il rebirthing consente di arrivare in tempi anche molto brevi a contattare livelli molto profondi di esperienza.

Può succedere, e succede, che anche una sola seduta consenta dei cambiamenti importanti. Sarebbe poco serio prometterli. Altre volte è necessaria una certa costanza e perseveranza.

Anche i miracoli sono possibili, senza scherzi. Ma il miracolo presuppone la fede, e la fede è comunque un impegno.

Non è tanto una certa durata che è necessaria, quanto un certo impegno da parte del paziente.

 

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Ultimo aggiornamento: 13/11/2005